Beato Giacinto Longhin

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Andrca Giacinto Longhin nato a Fiumicello di Campodarsego (Padova) da umile famiglia di contadini, il 22 novembre 1863, fu battezzato il giorno seguente con i nomi di Giacinto e Bonaventura. I genitori, Matteo e Giuditta, da quasi quattro anni aspettavano un figlio e Giacinto fu e restò unico figlio.

Terminate le tre classi elementari, che svelarono in lui un appassionato dei libri e un carattere deciso e impegnato, ricevuta la cresima il 23 novembre 1871 e la prima comunione nel 1876, sentì un forte richiamo vocazionale attirato da quei frati – precisava – che vanno a piedi scalzi “per fare penitenza”. Così a sedici anni decise di farsi frate cappuccino e lottò con il padre che non voleva privarsi, nel lavoro dei campi, dell’unico figlio.

Vinse Giacinto, vestendo l’abito cappuccino a Bassano del Grappa (Vicenza), il 27 agosto 1879, con il nome di fra Andrea. Nel noviziato, al dire dei suoi compagni, «era non solo esemplare, ma di una esemplarità singolare» e un anno dopo emise i voti il 28 agosto 1880. Compi gli studi liceali nel convento di Padova e vi emise la professione solenne il 4 ottobre 1883, e gli studi teologici a Venezia, dove a ventitré anni fu ordinato sacerdote il 19 giugno 1886 dal cardinale patriarca Domenico Agostini.

Dal 1888 fu direttore spirituale e insegnante nel seminario dei cappuccini a Udine, dal 1889 direttore e professore dei chierici liceali cappuccini a Padova e, dal 1891, dei chierici teologi a Venezia. Fu insegnante dotato di chiarezza espositiva e di sicurezza dottrinale. Le sue “conferenze a chierici cappuccini” tenute negli anni 1889-1895, che si conservano ancora manoscritte, lo dimostrano esperto direttore di anime e formatore di austero e profondo spirito cappuccino. Dopo quattordici anni di attività educatrice e scolastica, fu eletto con totalità di voti superiore provinciale dei cappuccini veneti il 18 aprile 1902. Il suo modo di governare rifletteva le sue convinzioni di vita nell’inculcare ai suoi frati santa fermezza nell’ordine regolare, nell’osservanza esatta delle costituzioni e degli statuti, contro ogni spirito di libertà e di licenza. Voleva che i suoi sacerdoti fossero pronti a rendere ragione della loro fede difendendo la verità e ai giovani frati inculcava l’obbedienza e lo studio serio, che si chiama, come egli diceva, «scienza informata dalla virtù e dalla pietà cristiana sapienza». Da parte sua non trascurò gli studi e la predicazione che fu infaticabile, specie nell’animare ritiri e missioni al popolo. Era piccolo, ma capace di affascinare; mingherlino, eppure travolgente.

Il 16 aprile 1904, san Pio X lo nominò vescovo della sua diocesi natale di Treviso, compiacendosi di avere «scelto uno dei fiori più belli dell’Ordine dei cappuccini» per la propria diocesi. Così lo qualificò, il 12 agosto 1907:

È uno dei miei figli primogeniti, che ho regalato alla diocesi prediletta, ed esulto tutte le volte che mi si riferiscono le lodi di lui, che è veramente santo, dotto, un vescovo dei tempi antichi, che lascerà nella diocesi un’impronta indelebile del suo zelo apostolico.

Consacrato vescovo a Roma il 17 aprile 1904, entrò a Treviso il 6 agosto, deciso di essere il buon pastore, non risparmiando «né fatiche né sacrifici, disposto a dare per la sua chiesa tutto il suo sangue e la vita stessa ». La sua diocesi era vasta e s’allargava dal monte Grappa fin quasi al mare Adriatico, tra le diocesi di Vicenza, Padova, Venezia.

Già nella sua prima lettera pastorale del 26 luglio 1904, il vescovo aveva messo a fuoco il suo programma:

Verrò in quella diocesi, che, ve l’assicuro, sarà la mia carissima sposa, per la quale non risparmierò né fatiche né sacrifici, disposto a dar per essa tutto il mio sangue e la vita stessa… Fin da quel giorno in cui… divenni vostro pastore, sentii subito di amarvi di un amore ardentissimo… In me quindi troverete un padre che sarà tutto e interamente per voi. Con voi dividerò le gioie e i dolori, le speranze e le trepide angustie… Gli erranti e i dissidenti bramosi di perdono li stringerò al mio cuore, ben felice di rinnovare lo spettacolo del pastore solerte, che… riconduce la pecorella smarrita all’ovile. Per i nemici della santa fede avrò compassione profonda… e piangendo sulla loro cieca ostinazione, farò di tutto perché non abbiano da pervertire la parte sana del mio gregge… Godere con chi gode, piangere con chi piange, rendermi tutto a tutti per tutti guadagnare a Gesù Cristo: ecco la mia ambizione, il mio programma.

Nessun motto volle nel suo stemma episcopale: v’erano solo l’emblema francescano delle due braccia incrociate su una croce ed un fiore, il giacinto. Per 32 anni fu “il buon pastore della Chiesa trevigiana”, continuando a vivere con austerità e povertà cappuccina.

L’annuncio della parola fu uno dei suoi più ambiti ministeri. Sull’esempio di san Pio X, ebbe l’ansia apostolica dell’insegnamento del catechismo ai fanciulli, nei circoli delle associazioni giovanili e agli uomini cattolici, con gare di cultura, giornate di studi, scuole di catechisti, due congressi catechistici diocesani, nel 1922 e nel 1932. Fu ritenuto il “vescovo del catechismo”. Di fatto, non si stancava di predicare la verità: discorsi nelle grandi circostanze, omelie sui grandi misteri cristiani nelle solennità liturgiche, panegirici, discorsi di occasione, tridui, ritiri, esercizi spirituali a sacerdoti e religiosi, in diocesi e fuori diocesi. Un collaboratore, mons. Carlo Agostini, poi vescovo di Padova e patriarca di Venezia, nel 1929 scrisse: «Parla sette, otto, dieci volte in un giorno; e i giorni sì susseguono, si moltiplicano. Non si sa come faccia a resistere».

Amava e seguiva come padre i suoi sacerdoti, avendone specialissima cura sin dal seminario, predicando ritiri mensili ed esercizi spirituali, seguendoli per le 213 parrocchie in ben tre visite pastorali, iniziate nel 1905, 1912, 1926, donando loro, nel 1911, il sinodo ritenuto un vero “capolavoro di ordine e precisione”, vivamente apprezzato da san Pio X. Nel 1931 costituì la prima comunità di sacerdoti oblati. Fu sempre vicino ai suoi sacerdoti. Presentando l’edizione di alcuni suoi ritiri al clero, intitolata “Il sacerdote alla scuola di Gesù”, il patriarca di Venezia il card. Angelo Giuseppe Roncalli, poi papa Giovanni XXIII, nel 1957 scriveva: «Quanto rispetto di un vescovo per i suoi sacerdoti emana da queste pagine! E quanta vivacità di zelo per le anime loro, sospinte alla santificazione di una vita pastorale fervente e coraggiosa!». Con loro si raccoglieva annualmente per gli esercizi spirituali. Fu coraggioso nel difendere qualche sacerdote ingiustamente perseguitato o diffamato, durante la grande guerra del 1915-1918 o sotto il regime fascista. Toccargli i preti era come toccare i figli ad una madre.

Volle che la scuola di religione venisse protratta e approfondita nei circoli delle associazioni giovanili e coronata da gare di cultura, prima parrocchiali, poi foraniali, infine diocesane: iniziate nella diocesi trevigiana nel 1919-1920, tali gare di cultura si diffusero in seguito in tutta l’Italia, le estese nel 1930 anche agli uomini cattolici, organizzando giornate di studio, scuole di catechisti e due congressi catechistici diocesani, nel 1922 e 1932. Sulle orme e con lo stesso entusiasmo di san Pio X, fu «il vescovo del catechismo».

Segui spiritualmente santa Maria Bertilla Boscardin, i servi di Dio Giuseppe Toniolo, Guido Negri, madre Oliva Bonaldo. Ebbe particolarissima amicizia con il cappuccino san Leopoldo Mandić, con san Pio X, documentata, questa, da copiosa corrispondenza epistolare e dalla propria autodefinizione: «Noi che… fummo tanta parte del suo dolcissimo cuore».

Fu condottiero di laici, particolarmente di movimenti giovanili, convinto e insistendo anche nel testamento che «è di san-

ti che oggi abbisognano le famiglie, le parrocchie, la patria, il mondo». Nell’aprile 1914, dichiarò sacro «il diritto dell’operaio ad organizzarsi… in sindacati per la propria elevazione economica e morale». Nel 1920 sostenne le Leghe Bianche, movimento sindacale di ispirazione cristiana, mostrandosi il vescovo dei poveri, degli operai, dei contadini. A Treviso, nel 1920, fondò il collegio vescovile “Pio X”, per assicurare ai giovani formazione cristiana. Affrontò con coraggio, mai disertando il proprio posto e le proprie responsabilità, la prova della grande guerra 1915-18, avvicinando e incoraggiando cittadini, profughi, soldati, feriti, sacerdoti. Il 27 aprile 1917, emise il voto di innalzare un tempio alla Vergine Ausiliatrice. Chiamato “il vescovo del Piave e del Montello” insignito della croce al merito di guerra, a guerra finita percorse la diocesi per incoraggiare alla ricostruzione delle quarantasette chiese rovinate, alla rappacificazione degli animi, al risveglio della vita cristiana, con intrepidi interventi per salvare i suoi fedeli da ideologie anticristiane e sovvertitrici. I vescovi del Veneto lo ritenevano il loro “Patriarca di campagna”, consigliere, teologo distinto, apostolo instancabile. Pio XI, nell’ottobre 1923, riconobbe i “grandi servizi” datigli dal Longhin: «Ha tanto lavorato per la Chiesa».

Fu amministratore apostolico della diocesi di Padova nel 1923, visitatore e amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Udine, 1927-28. Il 4 ottobre 1928, fu nominato arcivescovo titolare di Patrasso. Nel 1929, nel 25° di episcopato del Longhin, il servo di Dio Pietro card. La Fontaine, scrisse: «Ammiro in lui con diletto e edificazione una copia del Buon Pastore evangelico, somigliantissima all’originale».

Egli rimase francescanamente umile, ricordava le sue umili origini di campagna, i suoi poveri confratelli cappuccini, sapeva chiedere scusa quando gli sembrava di aver ecceduto. Un giorno si pose in ginocchio a terra, dinanzi a un suo parroco e lo pregò di volerlo scusare per un forte richiamo, e gli baciò i piedi. Nel testamento supplicò: «I miei funerali voglio modestissimi e senza discorso».

Colpito da malanni, da una progressiva arteriosclerosi che il 3 ottobre 1935 lo bloccò definitivamente obnubilandogli la vista, percorse il suo calvario per nove mesi di sofferenza, celebrando la messa fino al 14 febbraio 1936 e poi ricevendo, ogni giorno, la comunione. Mori il venerdì 26 giugno 1936 dopo aver baciato il Crocifisso. Aveva settantatré anni, venticinque trascorsi in convento e trentadue nel servizio episcopale. I funerali furono imponenti, il 30 giugno, con l’unisono corale commento: «Era proprio un santo». Dal 5 novembre 1936 è tumulato nella cattedrale di Treviso.

Nella ricognizione, 12-22 novembre 1984, la salma fu ritrovata «intiera con parti molli in larga parte mummificate». Il processo informativo si svolse nella diocesi di Treviso, 21 aprile 1964 – 26 giugno 1967, con due processi rogatoriali a Padova e Udine. Il decreto sulla revisione dei copiosi scritti è del 17 dicembre 1971. Il decreto di introduzione della causa è datato 15 dicembre 1981. Il processo apostolico si compì a Treviso, dal 18 giugno 1982 al 26 giugno 1985. Consegnata la Positio nel 1998, il 21 dicembre venne promulgato il decreto sulle virtù eroiche, il 23 aprile 2002 il decreto sul miracolo.

Domenica 20 ottobre 2002 San Giovanni Paolo II lo dichiarava beato.

[Fonte: Costanzo Cargnoni (a cura di), Sulle orme dei Santi. Il Santorale cappuccino: santi, beati, venerabili, servi di Dio, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina – Postulazione Generale OFMCap, San Giovanni Rotondo (FG) – Roma 2012, 335-340].