E il verbo si fece carne e pose la sua tenda tra di noi (Gv 1,14)

Carissimi fratelli,
il Signore vi dia pace!

Questo versetto lo sentiremo proclamare nella messa del giorno di Natale, quando come pericope evangelica ci verrà proposto il prologo del vangelo di Giovanni (Gv 1,1-18).
Accostandoci ad esso dovremmo resettare la nostra memoria da tutte le incrostazioni interpretative, per leggerlo come fosse la prima volta e così provare la meraviglia che lo stesso san Francesco avvertì davanti alla rappresentazione sacra di Greccio.
Da questa “nuova” prospettiva il prologo fa provare al lettore un senso di vertigine, conducendolo non solo all’origine del mondo, ma addirittura al di là del tempo, portandolo a contemplare il mistero stesso della vita divina, quale dialogo eterno del Figlio rivolto verso il seno del Padre.

La vertigine muta in sconcerto quando il lettore intuisce via via più chiaramente che la parola eterna di Dio entra nella storia umana, nello scontro tra fede e incredulità, accoglienza e rifiuto. Lo sconcerto diventa infine sgomento quando si ascolta l’inaudibile, si annuncia l’impensabile e l’insperabile: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi», più letteralmente e plasticamente «e piantò la tenda in noi» (_eskēnōsen en hēmin v. 14).

L’ossimoro della Parola carne

Il termine Lògos del prologo giovanneo è coerente con l’argomento che attraversa tutto il quarto vangelo: Gesù è il rivelatore del Padre. Se Gv 1,1, con il suo avvio assoluto («In principio era il Lògos»), recupera la tradizione sapienziale giudaica creando unità tra teologia della rivelazione e teologia della storia, nello stesso tempo ne va ben al di là. Infatti rimanda oltre la storia e la creazione stessa, affondando lo sguardo sull’eternità di Dio, che appare come una vita nella quale il Lògos, che è Dio, è rivolto da sempre verso Dio, cioè è in continuo dialogo e comunione. Tale comunione divina si espande al di fuori di Dio attraverso il Lògos e la sua attività creatrice, orientata fin dall’inizio alla realizzazione di un progetto di vita per ogni creatura e, in particolare, per l’umanità. Dentro questo progetto respirano le nostre vite e quelle delle nostre fraternità. Senza questo orizzonte “divino” rischiano di essere risucchiate dalla sola contingenza.

Certo l’idea di Lògos così presentata appare come la cosa più lontana dalla “realtà” e “quotidianità” della sàrx, la «carne». In Giovanni questo termine traduce l’ebraico bāśar, che dice qualcosa di concreto, di bello, ma anche di fragile, di fugace e di transitorio, appunto di contingente. È necessario richiamare alla memoria il testo di Is 40,6-8 perché esso ci consegna la chiave per capire l’assoluto ossimoro teologico che Giovanni formula accostando la Parola/Lógos/Dāḇar alla carne/sàrx/bāśar. Così leggiamo nel testo di Isaia:

Una voce dice: «Grida», e io rispondo: «Che cosa dovrò gridare?». Ogni carne è come l’erba e tutta la sua grazia è come un fiore del campo. Secca l’erba, il fiore appassisce quando soffia su di essi il vento del Signore … Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura per sempre».

Ecco il paradosso dell’Incarnazione, dell’Eterno che si fa tempo, dell’Immortale che si fa mortale, dell’Assoluto che si fa contingente senza esserne risucchiato. Infatti il concetto di sàrx è ineludibilmente legato anche al tema del morire; perciò il quarto evangelista, affermando che la Parola è divenuta carne, contempla il legame indissolubile tra incarnazione e passione, tra l’umanità del Verbo e la sua morte.

Il versetto giovanneo prosegue affermando che il logos «mise la sua tenda in mezzo a noi» (eskēnōsen en hēmin). L’immagine della tenda dice una dimora non stabile, non sontuosa, ma provvisoria, povera, legata ad un cammino, a un peregrinare. Ancora una volta l’evangelista ci fa quindi sostare sul mistero dell’incarnazione come l’assunzione da parte di Dio della fragilità dell’uomo, della sua creatura. Inoltre, bisogna notare come il verbo ‘mettere la tenda’ rimandi ad una corrispondenza linguistica tra questo verbo greco skēnûn e quello che nella tradizione rabbinica diventa poi il simbolo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, nel Tabernacolo (o Tenda del Convegno). È la teologia della presenza gloriosa di Dio (šᵉkinā). Ecco allora nuovamente il paradosso della Presenza che si dona nel suo opposto, nella modalità di una ‘tenda’, cioè di un’abitazione provvisoria, della gloria che si nasconde nella fragilità e temporalità della carne.

Ma c’è un altro particolare da rilevare, ed è il contatto che questo versetto ha con altri testi sapienziali dell’Antico Testamento, e in particolare con quanto viene detto della Sapienza divina, che Dio dona al suo popolo nella modalità della _Tórah_, così come ci ricorda il Siracide: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, il mio creatore mi fece posare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe…» (Sir 24,8). Questo ponte tra Antico e Nuovo Testamento ci fa comprendere che la Sapienza di Dio si dona perciò nell’umanità del Verbo, nell’esistenza concreta di un uomo, di quel Gesù di Nazareth che è riconosciuto appunto, nella fede, come Signore e Dio (cfr. Gv 20,29).

Infine, vale la pena di sostare sull’espressione «in mezzo a noi» (en hêmîn), che non può essere ritenuta scontata. Infatti, se si legge il racconto di Esodo, dopo il peccato del vitello d’oro, si vede che Dio manifesta la propria intenzione di dimorare ancora con il suo popolo, ma si precisa anche che la Dimora dovrà essere ‘fuori’ dell’accampamento, a distanza di sicurezza, perché il popolo è peccatore (cfr. Es 33,7). Invece qui il Verbo eterno di Dio pone la sua tenda proprio _in mezzo_ agli uomini, senza barriere di sicurezza e, spingendo sul senso pregnante della proposizione greca, possiamo dire “in noi”. Così è Lui che rischia tutto, poiché il peccato degli uomini lo aggredirà, lo vorrà eliminare da questa storia.
Cari fratelli auguro a ciascuno di voi e a tutte le fraternità di fare in questo Natale l’esperienza della comunità giovannea – così come testimoniata nella seconda parte del v. 14: «Abbiamo visto la sua gloria…» – che riconosce nella carne di Cristo la presenza della gloria di Dio. Lo stesso ha fatto il nostro serafico padre Francesco che così si esprime nella Lettera a tutti i fedeli:

L’altissimo Padre celeste, per mezzo del santo suo angelo Gabriele, annunciò questo Verbo del Padre, così degno, così santo e glorioso, nel grembo della santa e gloriosa Vergine Maria, e dal grembo di lei ricevette la vera carne della nostra umanità e fragilità (FF 181).

Il Natale sia per tutti noi un sostare orante davanti al mistero e un servire con carità piena e totale la “carne santa” dei nostri fratelli.