Amare, vedere e credere

Lettera pasquale a tutti i frati

Tre sono i personaggi che nel racconto giovanneo di quell’alba del primo giorno dopo il sabato vanno al sepolcro: Maria di Magdala, Pietro e il discepolo «che Gesù amava». Solo di quest’ultimo, però, si dice che, entrato nel sepolcro, «vide e credette». Perché?

Quando Maria arriva alla tomba, la trova vuota, vuota come lo sono le nostre chiese in questo tempo ostaggio del Covid-19; vuota come i nostri cuori davanti alla perdita di tanti, preziosi e cari fratelli. Li voglio ricordare per nome: Gianpietro Vignandel; Bernardo Maines, Feliciano Giovannini, Antonino – Giorgio Butterini, Ilario Paoli, Ervin Sőtér, Emerico Senoner e Ivo Facci.

Il grido della Maddalena

Davanti alla tomba vuota c’è il grido di dolore di Maria di Magdala che dà voce a un vano tentativo di spiegazione: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!» (Gv 20,3). Questo grido racchiude i suoi mille interrogativi che si mescolano con i nostri «perché?». Ne raccolgo uno per tutti, ascoltato dalle labbra della mamma di fr. Gianpietro: «Perché, Dio, mi ha portato via mio figlio?»; gli fanno da eco le parole scrittemi da un frate: «A volte i suoi disegni [quelli di Dio] faccio fatica a capirli»; ed io aggiungo: «Perché ti sei chiamato un frate nel pieno delle forze, capace di fare ancora tanto bene per il tuo Regno, soprattutto per gli ultimi che vivono, oggi più che mai, il disagio della povertà?».

È il grido che sale al cielo in memoria di tutti i nostri fratelli giovani o anziani, ammalati o ancora in salute, con la loro passione per la Chiesa e per gli uomini, e che sale in memoria di tutti i morti a causa di questo virus …  Tutte queste domande sono scolpite sulle pareti del sepolcro vuoto. Quello della Maddalena è un grido che resta prigioniero di un orizzonte tutto umano e quindi scontato: quello di una morte ineluttabile a cui non c’è alcun rimedio. Ciò che resta sono solo le lacrime, il lutto e la tristezza.

Le paure di Pietro e le nostre tentazioni

In questa donna ci riconosciamo tutti, ma noi non siamo solo Maria di Magdala: siamo anche Pietro e possiamo diventare l’altro discepolo. Costoro, all’annuncio di Maria, si precipitano al sepolcro (c’è il bel quadro di Eugène Burnand che ritrae la corsa dei due discepoli). L’altro discepolo, perché più giovane – ma non solo per questo –, è più veloce e arriva per primo al luogo della tomba, ma non entra e lascia che sia Pietro a varcare la soglia.

Tutto appare in ordine, i teli e il sudario sono lì. Quest’ultimo è pure piegato e posto in un altro angolo, come se qualcuno avesse voluto fare ordine prima di andarsene. Manca però la cosa più importante in una tomba: il corpo di Gesù, quel corpo che era stato staccato dalla croce e sepolto in tutta fretta. E quante volte in questa Quaresima abbiamo rivissuto questo momento, quante persone non hanno potuto neppure dare il loro ultimo saluto ai propri cari.

Pietro «osserva» (theōreō = guardare con attenzione), ma non va oltre; è come se ci fosse un muro che toglie una ulteriore visione. La ragione sta nel fatto che Pietro è imbrigliato dentro quegli eventi che hanno fatto emergere la sua fragilità e la sua paura: per tre volte ha rinnegato Gesù!

Possiamo essere anche noi imbrigliati nel nostro passato. Il facile motto «Tutto tornerà come prima» o «Riprenderemo quello che facevano prima», per me rappresentano terribili tentazioni. Questa Quaresima e Pasqua di chiese vuote e silenziose, se la si accetta semplicemente come una breve misura temporanea che sarà presto dimenticata, non ci permetterà di valorizzare questo tempo come un kairós: un momento opportuno per «prendere il largo» e ricercare una nuova identità per le nostre fraternità, dentro un mondo che cambia sotto i nostri occhi; un tempo nel quale, accogliendo la provocazione del vuoto, del silenzio e della distanza fra noi, proviamo, nella preghiera, a forare quel muro della nostra indifferenza, dello “scontato”, dell’“abbiamo sempre fatto così e non sono disposto a cambiare”, affinché le nostre scelte per il futuro, che adesso ci appare così oscuro, e le nostre relazioni, soprattutto quelle più difficili per ognuno di noi, possano essere illuminate dalla luce del Risorto e così trasfigurate. Come? Ecco l’ultimo discepolo in scena.

Il discepolo che Gesù amava

Dopo Pietro tocca all’altro discepolo, «quello che Gesù amava» (Gv 20,2), varcare la soglia ed entrare nel vuoto del sepolcro carico di domande – sicuramente ci sono tutte le nostre! – e vedere per (r)aggiungere subito «e credere». Di lui non si ricorda il nome se non questa “inusuale” designazione. E subito – a differenza degli altri due – approda alla fede. La ragione, probabilmente, sta proprio in quello che lo caratterizza: è il discepolo “amato”, ma si può anche dire “che si lascia amare” e di conseguenza accoglie la sorpresa di un amore senza misura e totalmente immeritato.

Cosa significa per noi, toccati «nelle ossa e nella carne» (Gb 2,5) dalla perdita di cari fratelli, celebrare la Pasqua? Cosa significa credere nella risurrezione di Gesù sotto la bufera di questo tempo triste di isolamento, chiusura, distanza?

È l’occasione di:

  • professare la forza dell’amore, un amore capace di sconfiggere la forza del male, proprio quando sembra che la sua parola sia l’ultima e quella decisiva;
  • accogliere la novità dell’amore, un amore che si rivela nella spogliazione più completa o “povertà beata”, fino ad apparire fragile e disarmato, ma in questo ci è consegnata la sua vittoria;
  • abbandonarci a questo amore, regalatoci a “caro prezzo”, «come un bimbo svezzato in braccio a sua madre (Sal 131,2), lasciandoci alle spalle le nostre paure, i nostri “perché” irrisolti e il ricordo delle nostre infedeltà, per lasciarci colmare da una Presenza che porta consolazione e pace.

Andare in Galilea, oggi

Nei testi sulla risurrezione c’è un’indicazione che un messo celeste dà alle donne e che i discepoli devono seguire se vogliono vedere il Gesù risorto: «È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mt 28,7; Mc 16,7). Una domanda per stimolare la meditazione in questa strana Pasqua è: dov’è la Galilea di oggi, dove possiamo incontrare il Cristo vivente?[1]

Andare in Galilea per i discepoli dopo lo sconvolgimento della passione, morte e risurrezione significa lasciare i luoghi sicuri in cui si erano nascosti per paura, lasciare quelle situazioni che li avevano portati ad assimilarsi con i più per non essere riconosciuti come discepoli di Gesù. Però per loro tornare in Galilea è anche prendere nuovamente contatto con la propria chiamata, mescolarsi di nuovo con la gente di là, gente di periferia, gente al margine del sistema religioso del tempo[1]. Più volte Papa Francesco ci ha insegnato a cercare Cristo fra le persone alla periferia della società; ma credo che sia necessario cercarlo anche dentro le nostre relazioni quando esse hanno messo all’angolo qualche nostro fratello perché si fatica a parlare e a interagire con lui.

“Andare in Galilea” può essere per noi cogliere l’eredità che alcuni nostri fratelli, portati via dal Covid-19, ci hanno lasciato con l’esempio della vita e con la novità del pensiero: mettere gli ultimi, gli ammalati e i poveri al centro dei propri pensieri e del proprio agire, sia come fraternità sia come singoli frati.     D’altra parte, dove altro saremo sicuri di incontrare le ferite del Risorto se non nelle ferite del mondo e nelle ferite della Chiesa, nelle ferite del corpo che Egli assunse per sé e in sé? È Gesù stesso che afferma: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei piccoli, lo avete fatto a me» (Mt 5,45). Di conseguenza, ogni fraternità e ogni fratello si interroghi su come rispondere concretamente: “Come posso prendermi cura delle ferite dei poveri, degli ammalati, di chi rischia di perdere il lavoro, delle famiglie, della Chiesa?”. Se nel breve e medio termine le nostre mense non possono essere riaperte secondo la modalità precedente, è necessario trovare soluzioni alternative che possono avvalersi anche della collaborazione di altre istituzioni sia civili (servizi sociali, protezione civile…) che ecclesiali (Caritas, San Vincenzo…). Se la mensa eucaristica della nostra chiesa non è accessibile ai fedeli, quella della carità deve trovare la fantasia e il coraggio della nostra risposta di frati del popolo, fatte sempre salve le indicazioni di sicurezza, come i dispositivi di protezione individuali (mascherine e guanti).

Rendere grazie

Un grazie di cuore voglio dirlo a nome di tutti a quei nostri fratelli che hanno lasciato la loro fraternità per andare a servire i malati delle nostre infermerie: agli studenti di Venezia fr. Alberto Dusi, fr. Giacomo Facco, fr. Paolo Valier, fr. Stefano Bottazzo; a fr. Lorenzo Scontrino che in un momento critico per l’infermeria di Conegliano ha lasciato il suo sicuro convento e si è fatto carico della guida della infermeria e ora si sta riprendendo dalla polmonite contratta; a fr. Andrea Marchioro che dopo la sua quarantena è partito alla volta di Rovereto dove ha preso in mano la responsabilità dell’infermeria; ai frati infermieri Gregorio Moggio e Claudio dagli Orti che si sono spesi fino a quando la febbre li ha messi a letto; a fr. Dario Zardo che sta portando il peso del servizio ai frati anziani di Bassano; a tutti i frati che nei diversi conventi hanno seguito e seguono con amorevole dedizione chi fra noi lotta contro il virus. Sono piccoli segni di risurrezione e di amore fraterno. Se qualche frate vuole dare la sua disponibilità per aiutare nelle nostre infermerie può farlo presente al Ministro.Già alcuni fratelli si sono resi disponibili.

Prima di salutarvi vi chiedo di prestare attenzione all’allegato che accompagna questa lettera nel quale presento l’iniziativa pensata insieme al Consiglio per incontrare tutti i frati.

In questa Pasqua, così diversa da tutte le altre, auguro a me e a ciascuno di voi di diventare quel discepolo – senza nome perché ha tutti i nostri nomi – che si lascia amare da Gesù e quindi arriva alla fede, sempre pronto a ritornare nella Galilea degli “ultimi” per incontrarlo.

Buona Pasqua a tutti e a ciascuno.
Il Signore vi custodisca e vi dia la sua pace.

Fr. Roberto Tadiello
Ministro Provinciale


[1]   Gv 1,46: «Da Nazareth può mai venire nulla di buono?»; Gv, 7,52: «Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!».

[1] Cfr. Tomáš Halík, Il segno delle chiese vuote. Per una ripartenza del cristianesimo, Vita e Pensiero, Milano 2020, 12.

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