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Detto sentenzioso 15°

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Il voler correggere et ammaestrare altri

non è troppo gran virtù;

ma corregger bene se stesso et emendarsi

è una saviezza appresso Dio et gli huomini.

Detto sentenzioso 16°

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Se sei meritevole et poco stimato

et ti sono anteposti i vili et gl’indegni,

non ne pigliar tristezza,

poiché ancora a Christo fu anteposto Barabba.

È molto meglio essere humiliato con i buoni,

che reprobato da Dio con i superbi.

Beato Giacinto Longhin

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Andrca Giacinto Longhin nato a Fiumicello di Campodarsego (Padova) da umile famiglia di contadini, il 22 novembre 1863, fu battezzato il giorno seguente con i nomi di Giacinto e Bonaventura. I genitori, Matteo e Giuditta, da quasi quattro anni aspettavano un figlio e Giacinto fu e restò unico figlio.

Terminate le tre classi elementari, che svelarono in lui un appassionato dei libri e un carattere deciso e impegnato, ricevuta la cresima il 23 novembre 1871 e la prima comunione nel 1876, sentì un forte richiamo vocazionale attirato da quei frati – precisava – che vanno a piedi scalzi “per fare penitenza”. Così a sedici anni decise di farsi frate cappuccino e lottò con il padre che non voleva privarsi, nel lavoro dei campi, dell’unico figlio.

Vinse Giacinto, vestendo l’abito cappuccino a Bassano del Grappa (Vicenza), il 27 agosto 1879, con il nome di fra Andrea. Nel noviziato, al dire dei suoi compagni, «era non solo esemplare, ma di una esemplarità singolare» e un anno dopo emise i voti il 28 agosto 1880. Compi gli studi liceali nel convento di Padova e vi emise la professione solenne il 4 ottobre 1883, e gli studi teologici a Venezia, dove a ventitré anni fu ordinato sacerdote il 19 giugno 1886 dal cardinale patriarca Domenico Agostini.

Dal 1888 fu direttore spirituale e insegnante nel seminario dei cappuccini a Udine, dal 1889 direttore e professore dei chierici liceali cappuccini a Padova e, dal 1891, dei chierici teologi a Venezia. Fu insegnante dotato di chiarezza espositiva e di sicurezza dottrinale. Le sue “conferenze a chierici cappuccini” tenute negli anni 1889-1895, che si conservano ancora manoscritte, lo dimostrano esperto direttore di anime e formatore di austero e profondo spirito cappuccino. Dopo quattordici anni di attività educatrice e scolastica, fu eletto con totalità di voti superiore provinciale dei cappuccini veneti il 18 aprile 1902. Il suo modo di governare rifletteva le sue convinzioni di vita nell’inculcare ai suoi frati santa fermezza nell’ordine regolare, nell’osservanza esatta delle costituzioni e degli statuti, contro ogni spirito di libertà e di licenza. Voleva che i suoi sacerdoti fossero pronti a rendere ragione della loro fede difendendo la verità e ai giovani frati inculcava l’obbedienza e lo studio serio, che si chiama, come egli diceva, «scienza informata dalla virtù e dalla pietà cristiana sapienza». Da parte sua non trascurò gli studi e la predicazione che fu infaticabile, specie nell’animare ritiri e missioni al popolo. Era piccolo, ma capace di affascinare; mingherlino, eppure travolgente.

Il 16 aprile 1904, san Pio X lo nominò vescovo della sua diocesi natale di Treviso, compiacendosi di avere «scelto uno dei fiori più belli dell’Ordine dei cappuccini» per la propria diocesi. Così lo qualificò, il 12 agosto 1907:

È uno dei miei figli primogeniti, che ho regalato alla diocesi prediletta, ed esulto tutte le volte che mi si riferiscono le lodi di lui, che è veramente santo, dotto, un vescovo dei tempi antichi, che lascerà nella diocesi un’impronta indelebile del suo zelo apostolico.

Consacrato vescovo a Roma il 17 aprile 1904, entrò a Treviso il 6 agosto, deciso di essere il buon pastore, non risparmiando «né fatiche né sacrifici, disposto a dare per la sua chiesa tutto il suo sangue e la vita stessa ». La sua diocesi era vasta e s’allargava dal monte Grappa fin quasi al mare Adriatico, tra le diocesi di Vicenza, Padova, Venezia.

Già nella sua prima lettera pastorale del 26 luglio 1904, il vescovo aveva messo a fuoco il suo programma:

Verrò in quella diocesi, che, ve l’assicuro, sarà la mia carissima sposa, per la quale non risparmierò né fatiche né sacrifici, disposto a dar per essa tutto il mio sangue e la vita stessa… Fin da quel giorno in cui… divenni vostro pastore, sentii subito di amarvi di un amore ardentissimo… In me quindi troverete un padre che sarà tutto e interamente per voi. Con voi dividerò le gioie e i dolori, le speranze e le trepide angustie… Gli erranti e i dissidenti bramosi di perdono li stringerò al mio cuore, ben felice di rinnovare lo spettacolo del pastore solerte, che… riconduce la pecorella smarrita all’ovile. Per i nemici della santa fede avrò compassione profonda… e piangendo sulla loro cieca ostinazione, farò di tutto perché non abbiano da pervertire la parte sana del mio gregge… Godere con chi gode, piangere con chi piange, rendermi tutto a tutti per tutti guadagnare a Gesù Cristo: ecco la mia ambizione, il mio programma.

Nessun motto volle nel suo stemma episcopale: v’erano solo l’emblema francescano delle due braccia incrociate su una croce ed un fiore, il giacinto. Per 32 anni fu “il buon pastore della Chiesa trevigiana”, continuando a vivere con austerità e povertà cappuccina.

L’annuncio della parola fu uno dei suoi più ambiti ministeri. Sull’esempio di san Pio X, ebbe l’ansia apostolica dell’insegnamento del catechismo ai fanciulli, nei circoli delle associazioni giovanili e agli uomini cattolici, con gare di cultura, giornate di studi, scuole di catechisti, due congressi catechistici diocesani, nel 1922 e nel 1932. Fu ritenuto il “vescovo del catechismo”. Di fatto, non si stancava di predicare la verità: discorsi nelle grandi circostanze, omelie sui grandi misteri cristiani nelle solennità liturgiche, panegirici, discorsi di occasione, tridui, ritiri, esercizi spirituali a sacerdoti e religiosi, in diocesi e fuori diocesi. Un collaboratore, mons. Carlo Agostini, poi vescovo di Padova e patriarca di Venezia, nel 1929 scrisse: «Parla sette, otto, dieci volte in un giorno; e i giorni sì susseguono, si moltiplicano. Non si sa come faccia a resistere».

Amava e seguiva come padre i suoi sacerdoti, avendone specialissima cura sin dal seminario, predicando ritiri mensili ed esercizi spirituali, seguendoli per le 213 parrocchie in ben tre visite pastorali, iniziate nel 1905, 1912, 1926, donando loro, nel 1911, il sinodo ritenuto un vero “capolavoro di ordine e precisione”, vivamente apprezzato da san Pio X. Nel 1931 costituì la prima comunità di sacerdoti oblati. Fu sempre vicino ai suoi sacerdoti. Presentando l’edizione di alcuni suoi ritiri al clero, intitolata “Il sacerdote alla scuola di Gesù”, il patriarca di Venezia il card. Angelo Giuseppe Roncalli, poi papa Giovanni XXIII, nel 1957 scriveva: «Quanto rispetto di un vescovo per i suoi sacerdoti emana da queste pagine! E quanta vivacità di zelo per le anime loro, sospinte alla santificazione di una vita pastorale fervente e coraggiosa!». Con loro si raccoglieva annualmente per gli esercizi spirituali. Fu coraggioso nel difendere qualche sacerdote ingiustamente perseguitato o diffamato, durante la grande guerra del 1915-1918 o sotto il regime fascista. Toccargli i preti era come toccare i figli ad una madre.

Volle che la scuola di religione venisse protratta e approfondita nei circoli delle associazioni giovanili e coronata da gare di cultura, prima parrocchiali, poi foraniali, infine diocesane: iniziate nella diocesi trevigiana nel 1919-1920, tali gare di cultura si diffusero in seguito in tutta l’Italia, le estese nel 1930 anche agli uomini cattolici, organizzando giornate di studio, scuole di catechisti e due congressi catechistici diocesani, nel 1922 e 1932. Sulle orme e con lo stesso entusiasmo di san Pio X, fu «il vescovo del catechismo».

Segui spiritualmente santa Maria Bertilla Boscardin, i servi di Dio Giuseppe Toniolo, Guido Negri, madre Oliva Bonaldo. Ebbe particolarissima amicizia con il cappuccino san Leopoldo Mandić, con san Pio X, documentata, questa, da copiosa corrispondenza epistolare e dalla propria autodefinizione: «Noi che… fummo tanta parte del suo dolcissimo cuore».

Fu condottiero di laici, particolarmente di movimenti giovanili, convinto e insistendo anche nel testamento che «è di san-

ti che oggi abbisognano le famiglie, le parrocchie, la patria, il mondo». Nell’aprile 1914, dichiarò sacro «il diritto dell’operaio ad organizzarsi… in sindacati per la propria elevazione economica e morale». Nel 1920 sostenne le Leghe Bianche, movimento sindacale di ispirazione cristiana, mostrandosi il vescovo dei poveri, degli operai, dei contadini. A Treviso, nel 1920, fondò il collegio vescovile “Pio X”, per assicurare ai giovani formazione cristiana. Affrontò con coraggio, mai disertando il proprio posto e le proprie responsabilità, la prova della grande guerra 1915-18, avvicinando e incoraggiando cittadini, profughi, soldati, feriti, sacerdoti. Il 27 aprile 1917, emise il voto di innalzare un tempio alla Vergine Ausiliatrice. Chiamato “il vescovo del Piave e del Montello” insignito della croce al merito di guerra, a guerra finita percorse la diocesi per incoraggiare alla ricostruzione delle quarantasette chiese rovinate, alla rappacificazione degli animi, al risveglio della vita cristiana, con intrepidi interventi per salvare i suoi fedeli da ideologie anticristiane e sovvertitrici. I vescovi del Veneto lo ritenevano il loro “Patriarca di campagna”, consigliere, teologo distinto, apostolo instancabile. Pio XI, nell’ottobre 1923, riconobbe i “grandi servizi” datigli dal Longhin: «Ha tanto lavorato per la Chiesa».

Fu amministratore apostolico della diocesi di Padova nel 1923, visitatore e amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Udine, 1927-28. Il 4 ottobre 1928, fu nominato arcivescovo titolare di Patrasso. Nel 1929, nel 25° di episcopato del Longhin, il servo di Dio Pietro card. La Fontaine, scrisse: «Ammiro in lui con diletto e edificazione una copia del Buon Pastore evangelico, somigliantissima all’originale».

Egli rimase francescanamente umile, ricordava le sue umili origini di campagna, i suoi poveri confratelli cappuccini, sapeva chiedere scusa quando gli sembrava di aver ecceduto. Un giorno si pose in ginocchio a terra, dinanzi a un suo parroco e lo pregò di volerlo scusare per un forte richiamo, e gli baciò i piedi. Nel testamento supplicò: «I miei funerali voglio modestissimi e senza discorso».

Colpito da malanni, da una progressiva arteriosclerosi che il 3 ottobre 1935 lo bloccò definitivamente obnubilandogli la vista, percorse il suo calvario per nove mesi di sofferenza, celebrando la messa fino al 14 febbraio 1936 e poi ricevendo, ogni giorno, la comunione. Mori il venerdì 26 giugno 1936 dopo aver baciato il Crocifisso. Aveva settantatré anni, venticinque trascorsi in convento e trentadue nel servizio episcopale. I funerali furono imponenti, il 30 giugno, con l’unisono corale commento: «Era proprio un santo». Dal 5 novembre 1936 è tumulato nella cattedrale di Treviso.

Nella ricognizione, 12-22 novembre 1984, la salma fu ritrovata «intiera con parti molli in larga parte mummificate». Il processo informativo si svolse nella diocesi di Treviso, 21 aprile 1964 – 26 giugno 1967, con due processi rogatoriali a Padova e Udine. Il decreto sulla revisione dei copiosi scritti è del 17 dicembre 1971. Il decreto di introduzione della causa è datato 15 dicembre 1981. Il processo apostolico si compì a Treviso, dal 18 giugno 1982 al 26 giugno 1985. Consegnata la Positio nel 1998, il 21 dicembre venne promulgato il decreto sulle virtù eroiche, il 23 aprile 2002 il decreto sul miracolo.

Domenica 20 ottobre 2002 San Giovanni Paolo II lo dichiarava beato.

[Fonte: Costanzo Cargnoni (a cura di), Sulle orme dei Santi. Il Santorale cappuccino: santi, beati, venerabili, servi di Dio, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina – Postulazione Generale OFMCap, San Giovanni Rotondo (FG) – Roma 2012, 335-340].

Beato Tommaso da Olera

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Acerbis Tommaso (Tommaso da Olera), nato nella minuscola borgata di Olera nella Val Seriana (Bergamo) sul finire del 1563, divise con i poveri genitori stenti e lavoro, facendo il pastorello fino ai diciassette anni, analfabeta perché nel paesino montano non c’erano scuole.

Vestito l’abito cappuccino nella provincia veneta, a Verona il 12 settembre 1580, ottenne di imparare a leggere e a scrivere, dimostrandosi subito «un maestro e specchio della perfezione religiosa, anzi un colmo di ogni sorte di virtù», come depose padre Giovenale Ruffini nel 1682. Professò il 5 luglio 1584 e fu addetto all’umile servizio della questua a Verona sino al 1605, poi a Vicenza sino al 1612, a Rovereto dal 1613 al 1617. Fu a Padova, nel 1618, quale portinaio del convento. Nel 1619, richiesto dall’arciduca del Tirolo Leopoldo V d’Asburgo, fu destinato ad Innsbruck quale questuante.

Obbedienza e umiltà lo fecero il “fratello della questua” per quasi cinquant’anni, l’amore per le anime lo fece un apostolo: testimoniò il Vangelo, parlò di Dio; istruì nella fede umili e grandi, impegnò tutti nell’amore. Un vero apostolo senza stola, in dialogo con tutti e tutti «si stuppivano…, et pareva impossibile humanamente che un semplice frate laico parlasse cosi altamente di Dio, com’egli parlava». «Da per tutto parlava delle cose di Dio con tanto spirito e devotione, che rendeva a ciascheduno stupore e maraviglia». Spingeva a rappacificazioni e al perdono; visitava e confortava i malati; ascoltava e incoraggiava i poveri, scrutando coscienze denunciava il male e facilitava le conversioni.

Per ottenere quanto prospettava a chi incontrava, di notte vegliava in preghiera, flagellava il suo corpo, imponendosi per la salvezza degli altri digiuni e austerità.

Fu promotore di vocazioni alla vita consacrata, ispirando «singolarmente le vergini a darsi al Signore». A Vicenza patrocinò l’erezione del monastero delle cappuccine, costruito presso Porta Nuova nel 1612-13. A Rovereto sollecitò i provveditori della città ad erigere il monastero delle clarisse, costruito nel 1642. Nel Tiralo fu un trascinatore: guida spirituale dei poveri nella Valle dell’Inn, catechista, informatore delle attese codificate dal Concilio di Trento per un’autentica riforma cattolica. Dal 1617 fu amico e maestro spirituale dello scienziato Ippolito Guarinoni di Hall, medico di corte a Innsbruck: oltre ai colloqui, scrisse lettere sui problemi di etica coniugale, sul come affrontare le croci nella famiglia, sul come amare Dio.

Seguì l’istituto delle Vergini di Hall, centro di educazione per le ragazze della nobiltà tirolese; fu accanto, con incontri e lettere, alle arciduchesse d’Asburgo Maria Cristina ed Eleonora, sorelle di Leopoldo V. A costui e alla sposa Claudia de’ Medici fu guida spirituale, con frequenti incontri al palazzo e con numerose lettere.

A tutti insegnava quella «alta Sapienza dell’amore» che «s’impara alle care piaghe di Christo»; esortava a riputarsi “felici nel patire” perché «l’amore si conosce nel patire». Fu consigliere dell’arcivescovo Paride Lodron, principe di Salisburgo. Seguì pure la vita spirituale dell’imperatore d’Austria Ferdinando II, standogli accanto durante la guerra dei Trent’anni (1618-48). Fu amico e consigliere dei duchi di Baviera, Massimiliano I ed Elisabetta, residenti a Monaco. Alla loro corte, nel 1620, portò dal luteranesimo alla Chiesa Cattolica il duca di Weimar. Soggiornando a Vienna (1620-21), incontrando alla corte imperiale Eva Maria Rettinger,

vedova di Giorgio Fleicher conte di Lerchenberg, la portò ad abbracciare la fede: si fece cattolica. In seguito si consacrò a Dio tra le monache benedettine nel monastero di Nonnberg-Salisburgo, diventandone badessa.

A Conegliano (1624) portò alla fede cristiana l’ebrea Paola sposa di Pietro Valier, che poi riconobbe: «Conosco d’essere nel grembo della Santa Chiesa… per l’aiuto, diligenza, solicitudine, et orazioni di fra Thomaso». Per tenere gli operai fedeli alla Chiesa Cattolica, ricorreva alla collaborazione dei baroni Fieger di Friedberg, imprenditori delle miniere di Taufers e datori di lavoro nelle Valli dell’Inn e dell’Adige.

Di casa in casa per la questua, sosteneva la fede dei vacillanti, respingeva suggestioni e ideologie luterane che s’andavano espandendo. Dai superiori ebbe l’ordine di mettere in iscritto tali sue conversazioni a difesa della fede. A Vienna, nel 1620, stese Concetti morali contra gli heretici, pubblicati postumi in Fuoco d’amore (Augusta 1682, parte IV, 529-708). Svelò la fonte da cui attingeva il suo scrivere : «Né mai ho letto una sillaba de’ libri; ma bene mi fatico a leggere il passionato Christo».

Innamorato della Madonna, nei suoi scritti la riconosce tra l’altro Immacolata Concezione, Assunta in cielo. Fu tre volte pellegrino alla Santa Casa di Loreto (1623, 1625, 1629), ricordando che «arrivando in quella S. Casa, mi pareva d’essere in paradiso». Indicò all’amico Ippolito Guarinoni una località vicino ad Hall, sul fiume Inn, al Ponte di Volders: là volle che si costruisse una chiesa da dedicarsi all’Immacolata Concezione; ne fece gettare le fondamenta nel 1620; chiese aiuti, superò critiche e difficoltà finanziarie. Ultimata nel 1654, fu la prima chiesa, in terra di lingua tedesca, dedicata all’Immacolata e a san Carlo Borromeo, considerata dall’Austria monumento nazionale.

Quanti si trovarono presenti alla sua morte, avvenuta il 3 maggio 1631, la ritengono una “morte d’amore”. Fu sepolto, domenica 5 maggio, nella cripta della cappella della Madonna, nella chiesa dei cappuccini ad Innsbruck, dopo ininterrotti pellegrinaggi di fedeli attorno alla sua bara. Attualmente la tomba è nella parete destra della stessa cappella.

Persistette fino ad oggi la fama della sua santità. Giovanni XXIII parlò di Tommaso «come di un santo autentico e di un maestro di spirito». Paolo VI, il 22 novembre 1963, lo ricordò come «valido strumento della generale rinnovazione spirituale».

Il 28 febbraio 1967, a Bergamo, s’iniziò il processo ordinario informativo, concluso il 19 aprile 1968; contemporaneamente a Innsbruck, si svolse un processo rogatoriale. Il decreto sugli scritti è del 12 gennaio 1974. Nel marzo 1978 fu presentata la Positio per l’introduzione della causa e per l’eroicità delle virtù, approvata il 7 marzo 1979. È del 4 dicembre 1980 il decreto sulla fama di santità del servo di Dio Tommaso. Il 28 maggio 1982, fu riconosciuta la validità dei processi informativo e rogatoriale. Il 2 febbraio 1983, è stata presentata la Responsio ad Animadversiones. Il 24 febbraio 2011 la Consulta Medica della Congregazione delle Cause dei Santi ha riconosciuto all’unanimità la guarigione come fatto scientificamente inspiegabile.

Un anno dopo, il 7 febbraio 2012, anche l’Ordinaria dei cardinali e vescovi ha emesso un giudizio positivo sul miracolo, avvenuto a Thiene fra il 29-30 gennaio 1906; il 10 maggio 2012 Benedetto XVI ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto su questo miracolo attribuito all’intercessione del venerabile Tommaso da Olera.

[Fonte: Costanzo Cargnoni (a cura di), Sulle orme dei Santi. Il Santorale cappuccino: santi, beati, venerabili, servi di Dio, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina – Postulazione Generale OFMCap, San Giovanni Rotondo (FG) – Roma 2012, 117-120].

Beato Marco D’Aviano

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La vita di Padre Marco è, a dir poco, sconcertante. La Provvidenza vi gioca nei modi e momenti più impensati, mentre egli asseconda con umiltà e fedeltà il disegno di Dio.

Nasce ad Aviano, in Friuli, il 17 novembre 1631. Lo stesso giorno, riceve al battesimo il nome di Carlo Domenico. I genitori, Marco Cristofori e Rosa Zanoni, sono benestanti. Hanno altri dieci figli, dei quali uno sacerdote come lo zio paterno.

Il ragazzo lascia sperare bene e perciò viene affidato ai padri Gesuiti nel prestigioso collegio di Gorizia. Tutto procede normalmente finché un giorno Carlo Domenico, sui sedici anni, fugge dal collegio. Mette ali alla sua fantasia ciò che sta succedendo nell’isola di Candia, dove i veneziani resistono da tempo all’assalto dei turchi. Non sono pochi i giovani che sognano di partecipare a quegli atti di eroismo. Arrivato a Capodistria e in procinto di imbarcarsi, è costretto però dalla fame a bussare al convento dei Cappuccini. Non è difficile convincerlo di tornare a casa. Non gli mancheranno in seguito le occasioni di viaggiare e trovarsi fra soldati e battaglie.

Cappuccino e predicatore

L’anno dopo (1648) il giovane Cristofori bussa ancora alla porta dei Cappuccini; questa volta ha un progetto ben chiaro: vuole farsi frate. È accolto nel noviziato a Conegliano con il nome di fra Marco. Il 21 novembre 1649 fa la professione religiosa. Affronta quindi gli studi per la preparazione al sacerdozio. Il 18 settembre 1655 è ordinato sacerdote a Chioggia, ma non potrà predicare: gli esaminatori non lo trovano idoneo. A Marco piacciono comunque il silenzio e la vita nascosta di convento. Prega, fa penitenza, si esercita nelle virtù: vuole fare solo la volontà di Dio. C’è però chi si accorge della ricchezza nascosta in questo frate umile. Gli fanno riprendere gli studi. Nel 1664 è abilitato alla predicazione: Padre Marco a qualsiasi altra occupazione preferirà sempre, pur ritenendosene indegno, il ministero della parola.

Le prime prediche risentono del gusto del tempo; ma presto il suo stile diventerà più essenziale, personalissimo. Non improvvisa, si prepara accuratamente; studia, soprattutto prega. La sua predicazione è alimentata e riscaldata dalla preghiera: «Le sue prediche erano meravigliose. Versava fiumi di eloquenza divina», assicura un uditore.

E la gente accorre. Non solo i semplici: ci sono prelati, nobili, intellettuali. E non si tratta di mera curiosità: la parola del predicatore sconvolge le coscienze e tocca i cuori. Mentre egli predica sono molti doti impegnati nell’ascoltare le confessioni.

Taumaturgo e apostolo del dolore perfetto

Predicatore efficace e richiesto; ma niente di eccezionale fino all’8 settembre 1676, quando, dopo la predica in onore della Vergine, nella chiesa del monastero di San Prosdocimo a Padova, Padre Marco benedice la monaca Vincenza Francesconi, inferma da tredici anni, e questa guarisce. Il fatto è subito risaputo. Padre Marco è preso d’assalto, specie dagli ammalati. Lo mandano allora a Venezia. L’affollamento si ripete e aumenta. In convento non c’è più pace e il trambusto spaventa l’autorità diocesana. Padre Marco deve far perdere le sue tracce: Chioggia, Rovigo, Verona… La situazione si calma, Padre Marco è di nuovo libero di esercitare il suo ministero e di benedire quanti si rivolgono a lui.

Il cappuccino fa allora in modo che la richiesta di benedizioni diventi una buona occasione per l’evangelizzazione, e non di superstizione e fanatismo. Egli “inventa” un rito penitenziale: preghiere, predica vibrante per ravvivare la fede e muovere al pentimento, recita dell’atto di dolore e, possibilmente, la confessione; quindi benedice e impartirà pure l’indulgenza plenaria quando il papa gli concederà tale privilegio.

Padre Marco insiste, servendosi anche di foglietti stampati, sul pentimento dei peccati così da divenire «il grande apostolo dell’atto di dolore perfetto, che per un quarto di secolo agitò e sconvolse con il suo messaggio penitenziale le coscienze d’Europa».

Alla benedizione succede l’incredibile. Nel 1681, a Monaco di Baviera, nella chiesa dei Cappuccini, si raccolsero «150 stampelle, 80 bastoni, 2 apparecchi ortopedici e altri oggetti lasciati dagli infermi guariti». La fama di taumaturgo complica terribilmente la vita di Padre Marco. La predicazione diventa faticosissima per la presenza di folle sempre più numerose. Sono decine di migliaia coloro che affollano i suoi quaresimali, tenuti senza anni e giorni d’interruzione nelle Venezie e Lombardia, città o piccoli paesi, che l’obbedienza gli assegna. Scrive: «Mi conviene predicare otto volte il giorno». «È tanto il concorso del popolo che non sto quieto né giorno né notte… E impossibile poter resistere senza speciale aiuto di Dio». Un testimone conferma: «Stupisce che resista a tanti strapazzi che di sé fa quel gran servo di Dio».

Missionario apostolico in Europa

A tale massacrante lavoro, dal 1680, sempre in obbedienza a papa Innocenzo XI e ai superiori cappuccini, s’aggiunge un altro impegno gravosissimo: i viaggi attraverso l’Europa quale “missionario apostolico”. Principi e prelati vogliono consultarlo, ricevere la benedizione. Sono centinaia e migliaia di chilometri. Padre Marco passa per la Francia, visita le città del Belgio e Olanda, della Germania, Austria e Svizzera; sempre a piedi, finché può. E i devoti, spesso indiscreti, s’assiepano al suo passaggio per vederlo, sentirlo, toccarlo; gli tagliuzzano la tonaca e gli strappano la barba… Il povero frate per predicare usa un miscuglio d’italiano e latino con qualche frase in tedesco. Ma si fa capire. «Fa piangere anche chi non lo intende», scrive un amico.

Importantissima la sua opera di mediazione e consiglio presso l’imperatore Leopoldo I d’Austria, che Padre Marco conosce a Linz nel 1680 e del quale diventa l’”angelo tutelare”. Leopoldo ha tante buone qualità, è pio e colto; ma come sovrano è debole e indeciso. È già arduo tenere insieme quel mosaico di stati che costituiscono l’impero; ci sono poi le minacce dall’esterno: i turchi ottomani che premono minacciosi, le rivalità di Luigi XIV di Francia che fa di tutto per creare difficoltà, l’Ungheria che non è tranquilla. Ci vuole proprio Padre Marco. Dalle lettere si arguisce il suo atteggiamento verso l’imperatore: grandissimo rispetto ma sincerità e fermezza. Egli è cosciente di svolgere una missione affidatagli da Dio e dalla Chiesa: «Eseguirò il tutto conforme la pia e santa mente di nostro Signore (il papa)».

Vienna, 12 settembre 1683

La situazione precipita nel 1683. Il gran visir Kara Mustafà si muove con il poderoso esercito del sultano contro l’Austria e invade l’Ungheria e parte dei Balcani. Dove passa fa terra bruciata: è il terrore, e l’obiettivo è la conquista della capitale dell’impero, e magari poi anche la calata fino a Roma. Leopoldo può opporre forze molto inferiori. Innocenzo XI si attiva allora per chiamare a raccolta vari principi, fra i quali il re di Polonia. Ma l’accordo è faticoso. I turchi intanto stringono d’assedio Vienna e da due mesi la città geme e langue: in settembre è sul punto di capitolare. Se cade Vienna, l’Europa è esposta a pericoli ancora maggiori, forse irreparabili.

Giovanni Sobieski incontra l’imperatore Leopoldo I a Schwechat – Galleria d’Arte di Lviv, opera di Artur Grotter.

Il papa invia a questo punto Padre Marco all’esercito cristiano come suo legato. Il cappuccino obbedisce. È ammesso al consiglio di guerra, riesce a sopire le rivalità, tiene l’imperatore lontano dalla contesa sul comando e sceglie il re Jan Sobieski di Polonia come capo nominale. Invoca dal cielo la liberazione e obbliga l’esercito a una giornata di preghiera. È l’8 settembre: celebra la messa, esorta i soldati al pentimento dei peccati, fa recitare l’atto di dolore e impartisce a tutti la benedizione. Ora l’esercito si muove verso Vienna, convinto della sua missione davanti alla storia.

Il 12 settembre è il giorno fatidico. Padre Marco celebra di nuovo all’alba la messa e offre la sua vita a Dio, purché siano salve Vienna e l’Europa. La vittoria arriva nonostante la grande inferiorità delle truppe alleate. I turchi fuggono. Tripudio in tutto il continente: il papa in ringraziamento estende nella Chiesa la memoria del Santo Nome di Maria; decisivo merito nella liberazione è attribuito a Padre Marco.

Naturalmente rispuntano le rivalità e non si sa sfruttare la vittoria. Si fa strada però l’idea di una lega antiturca, la “lega santa”, tra il papa, l’imperatore, la Polonia e Venezia. Padre Marco si prodiga per l’accordo, ma sempre come religioso e apostolo: «Mi si vorrebbe politico, cosa ch’io aborrisco più che la morte», scrive. Ogni anno continua a varcare le Alpi per incontrare e consigliare l’imperatore a Vienna e per visitare generali ed esercito accampati in Ungheria e nei Balcani, che egli sprona all’opera di liberazione e assiste spiritualmente: ambasciatore e cappellano militare!

Tessitore della pace

Non mancano i successi. Importantissima la conquista di Buda del 2 settembre 1686. «È certo, padre Marco mio riverito, che se lei non era sotto Buda facevimo la frittata. Lei è il braccio diritto della santa lega», gli scrive il legato di Venezia. Il Nostro è infatti il primo a entrare con una statua della Madonna nella fortezza liberata dopo quasi centocinquant’anni che era in mano ai turchi. Nel settembre 1688 si arriva anche alla presa di Belgrado, dove Padre Marco ottiene che sia salva la vita di ottocento soldati ottomani asserragliati nel castello.

Ma i tempi si fanno di nuovo difficili. I turchi, ripresa Belgrado nel 1690, tornano a farsi minacciosi. La Francia ne profitta e attacca l’impero a occidente. Padre Marco intensifica la sua missione diplomatica, ma soprattutto penitenziale; ha fiducia solo in Dio. Siamo nel 1697: Vienna corre il pericolo di un altro assedio e l’imperatore è spaventato. La città allora prega senza soste dietro a Padre Marco, che guida una “peregrinatio” dell’immagine miracolosa di Maria Potsch, fatta giungere dall’Ungheria. Dopo due mesi, una notizia folgorante: il valoroso principe e comandante Eugenio di Savoia ha sconfitto i turchi a Zenta. L’Europa non sarà più in loro scacco.

La pace dell’impero ottomano con quello d’Austria sarà firmata nel gennaio 1699 a Carlowitz. A Venezia intanto un ottavario di preghiere alla Vergine per la pace è pure indetto dal cappuccino. Il doge esclama: «Padre Marco, siete il rifugio della nostra Repubblica». Ma lui: «Dio sa che il fine di tutte le mie opere è la volontà di Dio sola».

Contemplativo nell’azione

Nel suo cuore c’è sempre l’aspirazione alla vita nascosta, nel silenzio e nella preghiera. È “un contemplativo nell’azione”. Nei viaggi conta i giorni che gli mancano per tornare in convento: qui gli pare di essere in paradiso. «Ma è pur vero che non posso stare in paradiso contro la volontà di Dio… Faccia Dio di me tutto quello gli piace». «Io mi trovo tanto nauseato delle corti che provo un purgatorio».

Ore di paradiso sono le messe celebrate da lui, e per questo dette “angeliche”. Lo sostengono e confortano pure il pensiero e l’invocazione devota alla Vergine Maria. E stanco e malandato di salute, eppure sempre sereno e accogliente: «Pareva nel suo viso la propria bontà e mansuetudine». La sua era una “faccia d’angelo”. Scrive un suo contemporaneo: «Fu sempre un ritratto di penitenza rigorosa, di umiltà, di patienza e di obedienza; di giorno in giorno cresceva nel fervore dell’orazione… Che ci resta dunque a dire di quel gran servo di Dio, se non che è un ritratto di ogni sorta di virtù e di vita esemplare?».

Morte di un santo

La morte coglie Padre Marco al suo quattordicesimo viaggio in Austria. La situazione è tanto confusa: «Io sto faticando per il bene comune né mai ho trovato le cose più imbrogliate di quello che trovi ora». «Se mi viene un poco de febre, sono perduto». E la febbre viene. Nel convento di Vienna i medici le tentano tutte, ma invano. Il nunzio apostolico gli imparte a letto la benedizione del papa. Anche l’imperatore Leopoldo e la consorte Eleonora gli fanno visita. Assistono addirittura alla sua morte il 13 agosto 1699, alle 11 del mattino, l’ora in cui Padre Marco era solito impartire la benedizione: «Spirò così placidamente che appena si conobbe», scrive Leopoldo. Ai funerali la folla è incontenibile. «Se non ci fossero state le guardie ben rafforzate, l’avrebbero lacerato per devozione». Nel 1703 la salma è trasferita nel sepolcro fatto costruire da Leopoldo I nella Kapuzinerkirche, dove sono pure le tombe imperiali.

La fama della santità di Padre Marco resiste all’usura del tempo, ma le condizioni politiche e avverse circostanze non permettono di istruire il processo per la canonizzazione. Bisognerà aspettare due secoli, quando il popolo di Vienna chiede l’inizio della causa. Altri ritardi e altre avversità procedurali rallentano i lavori. Finalmente la via si appiana, grazie anche all’indefesso lavoro e alle grandi convinzioni di un umile emulo di Marco d’Aviano: il cappuccino padre Venanzio Renier.

Dal 27 aprile 2003 la Chiesa può così onorare come beato questo vero figlio di San Francesco d’Assisi, che tanto fece e soffrì per l’Europa cristiana.

[Fonte: P. Zenone – P. Fernando Artuso, Felici fratelli, Edizioni Frate Indovino, Perugia, 1986, 203-210].

San Leopoldo Mandić

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I santi consacrano il luogo dove hanno vissuto. Come Francesco Assisi i suoi eremi, Antonio Padova, Giovanni Vianney Ars, Pio da Pietrelcina San Giovanni Rotondo. Ma a Padova non c’è solo la basilica del “Santo”, ma anche una celletta-confessionale, nel convento dei cappuccini in piazza S. Croce, è diventato un luogo di attrazione. Qui san Leopoldo Mandić ha ascoltato le umili storie del peccato per oltre trent’anni. Questo “loghetto” fu risparmiato dall’incursione aerea del 14 maggio 1944, come il piccolo cappuccino aveva previsto:

La chiesa e il convento saranno colpiti dalle bombe, ma non questa celletta. Qui Dio ha usato tanta misericordia alle anime: deve restare a monumento della sua bontà.

La vita del santo “confessore” è racchiusa tutta in quei pochi metri quadrati. Ma non è facile raccontarla, perché è troppo semplice, nascosta alla sapienza del mondo.

Nato il 12 maggio 1866 a Herzog Novi, ossia Castelnuovo in Dalmazia, all’ingresso delle Bocche di Cattaro sull’Adriatico, ultimo di dodici figli, battezzato il 13 giugno col nome di Bogdan (Adeodato), il padre, Pietro Mandić, figlio di un “paron de nave”, cioè pescatore e commerciante, aveva sposato Carlotta Zarević, ambedue decisamente cattolici. Il ricordo della mamma affiorava spesso dal suo cuore:

Era di una pietà straordinaria. A lei debbo in modo particolare quello che sono.

Ragazzo riflessivo, raccolto, molto intelligente, tutto casa, chiesa e scuola, ma ardente di carattere. A sedici anni, il 16 novembre 1882, entrò nel seminario dei cappuccini di Udine.

La vocazione cappuccina di Adeodato nasceva da una forte ansia apostolica. Egli partiva per ritornare missionario tra “la sua gente”. Del resto un impulso di apostolato attivo nasceva anche dalle celebrazioni francescane lanciate da papa Leone XIII. Nei due anni trascorsi a Udine cercò di correggere, col silenzio e l’autocontrollo, quel suo difetto di pronuncia, un terribile sdrucciolo che lo bloccava nel suo desiderio di comunicare, avvivato dal suo carattere cordiale ed estroverso. Si rivelò subito un modello in tutto. L’anno di prova lo passò a Bassano del Grappa (Vicenza) dove, con l’abito cappuccino assunse il nome di fra Leopoldo il 2 maggio 1884. Poi ci fu il triennio filosofico a Padova, dal 1885 al 1888. Il 18 giugno 1887 – come egli stesso lasciò scritto – udì per la prima volta la voce di Dio parlargli del ritorno dei dissidenti orientali all’unità cattolica. È questo l’orientamento fondamentale di tutta la sua vita, il ritornello delle sue aspirazioni, la ragione della sua missione.

Nell’autunno del 1888 si trasferiva al convento del Redentore, presso l’isola veneziana della Giudecca, per un biennio di teologia, dopo il quale venne consacrato sacerdote, il 20 settembre 1890, nella chiesa de La Salute. Il suo sogno missionario gli sembrava più vicino. Subito chiese ai superiori di essere inviato missionario in Oriente. La risposta fu negativa. Era troppo balbuziente e i superiori non lo consideravano adatto. Anche successive e reiterate richieste vennero respinte. Egli si ripiegò nel silenzio dell’obbedienza, nel mistero della preghiera per l’unità, nella penombra del confessionale. Un campo missionario, più esteso delle terre d’Oriente, si apriva misteriosamente davanti al piccolo frate. La sua messa quotidiana, vissuta come impegno ecumenico, approfondiva la luce della sua vocazione, che poi si sprigionava penetrante e sapiente nel confessionale.

In sette anni di permanenza a Venezia, rilanciando sempre la sua ansia ecumenica, egli così piccolo e quasi goffo nel suo saio, era diventato un punto di riferimento, un vero maestro di spirito dotato di particolari carismi spirituali. Una pausa nel piccolo ospizio di Zara per tre anni gli sembrò un avvicinamento al suo ideale ecumenico. Pur senza un’attività diretta, egli dovette sentirsi a suo agio, vicino idealmente alla sua gente. Ma poi venne richiamato in Italia, a Bassano, dove trascorse un quinquennio tutto dedicato al confessionale, alla preghiera e allo studio dei suoi prediletti san Tommaso e sant’Agostino.

Nel 1905, per un altro anno, venne mandato al convento di Capodistria come vicario. Richiamato di nuovo in Italia, trascorse tre anni a Thiene (Vicenza) presso il santuario della Madonna dell’Olmo. Qui lavorò ad animare i gruppi dei terziari francescani, ma trascorreva molte ore notturne in orazione, che intensificò dopo una beffa ricevuta da tre giovani operaie, per cui venne esonerato dall’esercizio della confessione. Gli sembrava che tutto crollasse: la sua vocazione orientale, il desiderio di apostolato attivo, servizi di pubblica utilità. Egli era un piccolo frate, inadatto a tutto eccetto che a confessare. Ma anche di questo era stato privato. Un annientamento di sé e un abbandono mistico nella preghiera che lo amareggiò e insieme lo esaltò.

Trasferito a Padova nel 1909, i superiori gli affidarono la direzione degli studenti e l’insegnamento di patrologia. Un nuovo ardore apostolico lo prese nel voler dedicarsi alla predicazione, alimentata dalle sue letture e dall’insegnamento e restava profondamente scosso quando veniva a conoscere che molti sacerdoti e religiosi facevano sfoggio di erudizione profana nella predicazione. Pur non avendo il dono della parola per il difetto della balbuzie, sapeva infondere negli altri l’amore alla predicazione basata sul Vangelo. Questo periodo denso di studi e di impegno didattico a Padova, rappresentò il culmine drammatico della sua vocazione missionaria ed ecumenica, trasformata in offerta eroica di sé come olocausto e vittima. Nel mese di gennaio 1911 scriveva al suo direttore spirituale, che gli rispondeva: «Sia certo che questo atteggiamento di orante e di vittima dinanzi al Padre di tutti gioverà molto ai popoli dissidenti». Il 19 novembre 1912 si offri vittima per i propri studenti.

Questi atti eroici rappresentano la svolta della sua vita, l’inizio di una nuova dimensione spirituale. Ormai padre Leopoldo ha scelto uno stato permanente di vittima, nell’obbedienza radicale che assume i toni della dura obbedienza ignaziana e della mistica dell’annientamento sofferto con tutta la ricchezza della sua forte umanità dalmata. Aveva ormai quarantasette anni. È stato duro per lui sostituire ai suoi sogni di apostolato missionario i patimenti accettati in conformità a Cristo e a san Francesco. Egli, scrive un biografo, «sostituiva quanto poteva offrire di sé – fisicamente, esistenzialmente – agli scolari, ai penitenti, agli amici. La vita ne veniva compromessa per intero: compromessa perché gettata».

Esonerato dalla direzione degli studenti nel 1914, la sua vita futura sarebbe stata martirio di confessione, crocifissione al confessionale. Ma il suo cuore rimase sempre in Oriente. Per questo rifiutò sempre la cittadinanza italiana, tanto che durante la prima guerra mondiale fu costretto al confino e negli anni 1917-18 dovette pellegrinare nell’Italia meridionale, di convento in convento, come cittadino dell’impero asburgico allora in guerra con l’Italia. Quando, nel 1923,l’Istria e il Quarnaro furono annessi all’ Italia, padre Leopoldo fu destinato confessore a Zara. Una gioia immensa lo avvolse. Forse era la volta buona. Subito si trasferì nella nuova destinazione, ma poco tempo dopo, il 16 novembre veniva richiamato a Padova. La sua improvvisa partenza aveva inquietato una vera folla di penitenti che si rivolsero al vescovo Elia Dalla Costa. Odorico da Pordenone, ministro provinciale, fu costretto a richiamare il piccolo frate. Egli continuò il suo silenzioso martirio, appena addolcito nel 1924 da un corso di lingua croata tenuto a Venezia per i giovani frati. Sperava, almeno, di allevarsi un gruppo di missionari per l’Oriente, poiché infiorettava il suo insegnamento di risvolti apostolici. Aveva cinquantacinque anni.

Il 13 novembre 1927 redasse su un foglietto un suo ennesimo voto per il ritorno dei dissidenti orientali all’unità cattolica.

Tutti accorrevano al suo confessionale, piccoli e grandi, dotti e popolani, religiosi, sacerdoti, chierici e laici. Rinchiuso nella sua stanzetta di due metri per tre, con una finestrella malamente difesa dalle impannate e aperta su un cortiletto stretto e soffocato, padre Leopoldo esercitò fino alla morte il ministero della riconciliazione e della misericordia. Il suo Oriente divenne ogni anima che andava a chiedere il suo aiuto spirituale. Egli stesso il 13 gennaio 1941 scriveva:

Qualunque anima che avrà bisogno del mio ministero sarà per me un Oriente.

Confessava da dieci a dodici ore al giorno, incurante del freddo, del caldo, della stanchezza, delle malattie. «Stia tranquillo» – diceva ai suoi penitenti – «metta tutto sulle mie spalle, ci penso io», e si addossava sacrifici, preghiere, veglie notturne, digiuni, discipline a sangue. Egli andava incontro con gioia al penitente, anzi lo ringraziava e avrebbe voluto abbracciarlo. E una volta ascoltò in ginocchio un penitente che per sbaglio, entrando nella sua celletta, si era seduto lui sulla poltroncina.

Venne tacciato di lassista, di “manica larga”, e soffri molte contraddizioni. Ma egli, indicando il Crocifisso, rispondeva con meravigliosa esperienza della misericordia di Dio:

Se il Crocifisso mi avesse a rimproverare della manica larga risponderei: Questo triste esempio, paron Benedeto, me l’avete dato voi; ancora io non sono giunto alla follia di morire per le anime !

La storia del suo confessionale sarebbe un poema regale, una danza gioiosa di carismi e grazie e miracoli, che sarebbe troppo lungo raccontare. Ormai la vittima era pronta all’ultimo sacrificio.

Alla fine dell’autunno 1940 la sua salute declinò e andò sempre più peggiorando. All’inizio di aprile 1942 fu ricoverato all’ospedale civile. Ignorava di avere un tumore all’esofago. In convento continuò a confessare. Aveva paura della morte e il dolore lo stava consumando. Il 29 luglio 1942 confessò senza sosta e poi trascorse tutta la notte in preghiera. La mattina del 30 luglio nel prepararsi alla messa, svenne. Riportato a letto, ricevette i sacramenti degli infermi e terminando di ripetere le ultime parole della Salve Regina, tendendo le mani verso l’alto, quasi andasse incontro a qualcosa, come trasfigurato, spirò.

Tutta la città di Padova si riversò attorno alla sua salma e il suo funerale fu un trionfo. Trentaquattro anni dopo Paolo VI il 2 maggio 1976 lo dichiarava “beato”, e il 16 ottobre 1983 San papa Giovanni Paolo II lo proclamava “santo”.

Fonte: Costanzo Cargnoni (a cura di), Sulle orme dei Santi. Il Santorale cappuccino: santi, beati, venerabili, servi di Dio, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina – Postulazione Generale OFMCap, San Giovanni Rotondo (FG) – Roma 2012, 381-386.

San Lorenzo da Brindisi

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Nacque a Brindisi il 22 luglio 1559 da Guglielmo Russo e da Elisabetta Masella. Si conosce molto poco della sua infanzia, trascorsa nella città natale, ove ricevette la prima formazione. Rimasto orfano di padre, fu accolto dai conventuali brindisini, tra i quali frequentò con profitto la scuola. Morta più tardi anche la madre, si trasferì ormai adolescente a Venezia presso uno zio sacerdote, con il quale approfondi la sua formazione culturale e spirituale. A Venezia gli fu possibile conoscere e frequentare i cappuccini, che dimoravano in un umile convento presso la chiesetta di Santa Maria degli Angeli, nell’isola della Giudecca. Fu subito attratto dalla loro vita povera e austera, e presto domandò e ottenne di entrare nell’Ordine.

Indossato l’abito cappuccino a Verona il 19 febbraio 1575, fra Lorenzo compi con fervore l’anno di noviziato, vera scuola di ascesi e di santità, ed emise la professione religiosa il 24 marzo 1576. In seguito, prima a Padova poi a Venezia, intraprese lo studio della filosofia e della teologia, mostrando subito un’eccezionale acutezza intellettuale e un’insaziabile sete di sapere; diede importanza particolare alla sacra Scrittura, che apprese tutta a memoria, perfezionandosi anche nelle lingue bibliche. Più di tutto però si applicò all’acquisto della perfezione religiosa seguendo la scuola bonaventuriana, che privilegiava il fervore della volontà e l’ascensione dello spirito.

Dopo l’ordinazione sacerdotale, ricevuta dalle mani del patriarca di Venezia Giovanni Trevisan il 18 dicembre 1582, principale attività di Lorenzo fu il ministero della predicazione. Già da diacono aveva predicato un’intera quaresima nella chiesa veneziana di San Giovanni Nuovo: ora percorre tutta l’Italia impegnato nell’annunzio della parola di Dio. Era per questo compito favorito da tutto un corredo di doti fisiche, intellettuali e spirituali, che lo rendevano un vero e fecondo oratore: secondo la scuola francescana, la sua predicazione era saldamente fondata sulla Scrittura, da lui proclamata con lucidità di pensiero e ricchezza espressiva. Sono innumerevoli gli episodi di conversioni che si moltiplicavano attorno a lui, spesso anche tra i non cristiani, come avvenne a Roma dal 1592 al 1594, quando predicò agli ebrei per incarico delle autorità pontificie.

Presto Lorenzo fu chiamato a compiti di responsabilità e di governo. Dal 1583 al 1586 svolse l’ufficio di lettore, e nel triennio seguente, dal 1586 al 1589, esercitò l’incarico di guardiano e maestro dei novizi. Nel 1590 fu eletto provinciale di Toscana. Dal 1594 al 1597 fu provinciale di Venezia e venne chiamato allo stesso compito per la provincia svizzera nel 1598. Due anni prima, nel 1596, era stato eletto definitore generale.

Fondamentale fu l’azione di Lorenzo per la diffusione dell’Ordine cappuccino nella Mitteleuropa. Dopo la fondazione del convento di Innsbruck, nel 1593, toccò a lui accettare il sito per il nuovo convento di Salzburg, fondato tre anni dopo. In territorio imperiale fu fondato ancora nel 1597 un convento nella città di Trento. In seguito a pressanti richieste dell’arcivescovo di Praga Zbynek Berka von Duba, fu deciso nel capitolo generale del 1599 di inviare nella capitale della Boemia il cappuccino di Brindisi a capo di un gruppo di confratelli. L’arrivo a Praga, avvenuto nel novembre 1599, fu subito caratterizzato da innumerevoli difficoltà, causate soprattutto dalla popolazione, in gran parte di tendenze riformistiche e anticattoliche. Un’intensa attività apostolica, centrata sul ministero della predicazione e su un dialogo aperto e familiare, ebbe come frutto la fondazione di un convento e il ritorno alla fede cattolica di molta gente, conquistata dalle convincenti argomentazioni del cappuccino e soprattutto dalla sua fama di santità. Due nuovi insediamenti per i cappuccini furono fondati da Lorenzo nel corso del 1600 a Vienna e a Graz. Un fatto importante fu la sua partecipazione alla crociata antiturca: nonostante l’inettitudine dei comandanti, fu possibile all’esercito cristiano, spiritualmente sostenuto e incoraggiato dal cappuccino, ottenere nell’ottobre 1601 l’importante vittoria di Albareale.

Nel capitolo generale del 24 maggio 1602 Lorenzo fu eletto generale dei cappuccini: tale nuova carica comportava in primo luogo la visita di tutti i frati. L’Ordine si configurava allora suddiviso in trenta province con circa novemila religiosi, sparsi in tutta Europa: era compito del generale visitare tutte le province e incontrare i frati, esortando e incoraggiando tutti. Il generale risali l’Italia, visitò la Svizzera, passò per la Franca Contea e per la Lorena; a metà settembre era nei Paesi Bassi e trascorse l’inverno visitando le province francesi di Parigi, Lione, Marsiglia e Tolosa. Nel primo semestre del 1603 era in Spagna, da dove ritornò in Italia, effettuando la visita a Genova, prima di recarsi in Sicilia e nel Meridione. Nonostante le marce massacranti, continuò sempre ad osservare rigorosamente le rigide consuetudini dell’Ordine, i prolungati digiuni e le severe astinenze.

Dopo il triennio di generalato, fu inviato da Paolo V in Baviera e in Boemia. Oltre all’attività apostolica, svolse un’abile opera diplomatica tra il duca di Baviera Massimiliano di Wittelsbach e le autorità imperiali, che sfociò nella costituzione di una lega cattolica da opporre alla Unione evangelica, stretta tra luterani e calvinisti e tesa a dividere gli stati cattolici per trarne vantaggi territoriali. A tale scopo Lorenzo effettuò numerosi viaggi tra Monaco e Praga, e dovette recarsi anche in Spagna, ove riuscì a convincere Filippo III ad appoggiare la lega e ad aiutarla finanziariamente. In seguito, per circa un triennio, dal 1610 al 1613, risiedette a Monaco come rappresentante della Santa Sede. Nel capitolo generale

del 1613, eletto per la terza volta definitore generale, fu inviato come visitatore nella provincia di Genova, ove però venne acclamato come provinciale. Solo nel 1616 potè fare ritorno alla sua provincia di Venezia e dedicarsi a un periodo più intenso di ritiro e di preghiera.

Caratteristiche particolari della sua spiritualità, tipicamente francescana e cristocentrica, furono il culto dell’Eucaristia e la devozione alla Madonna. La santa messa, da lui celebrata con fervore incontenibile e ardenti invocazioni, si prolungava normalmente per una, due o tre ore, e spesso, in seguito a un indulto di Paolo V, anche fino a otto, dieci e dodici ore. Alla Vergine Maria egli attribuiva ogni dono e ogni grazia, e nulla risparmiava per diffonderne la devozione.

Nonostante la sua aspirazione alla vita ritirata, dovette spesso interromperla, su ordine del papa, per missioni diplomatiche finalizzate alla pace e alla concordia. È quello che fece nel 1614, quando trattò la resa dei piemontesi assediati in Oneglia; o nel 1616, quando intervenne per tentare un accomodamento tra spagnoli e piemontesi a Candia Lomellina. Nel 1618 riuscì ad ottenere la pace tra il governatore di Milano don Pedro di Toledo e il granduca di Savoia Carlo Emanuele I.

Nell’autunno del 1618 si trovò coinvolto nel tentativo di riportare serenità e pace nei Regno di Napoli, ove lo sfrenato e prepotente viceré don Pedro Téllez Girón duca di Osuna commetteva soprusi e angherie. Rappresentanti della nobiltà e del popolo si rivolsero al santo cappuccino, che ancora una volta dovette sottoporsi alle difficoltà di un lungo viaggio alla corte di Madrid. Quando le trattative stavano ormai per avere effetto positivo, Lorenzo si ammalò gravemente. Stremato dalle fatiche e dalle sofferenze, malgrado l’assistenza dei medici del re, morì il 22 luglio 1619, all’età di 60 anni. Il suo corpo fu trasportato a Villafranca del Bierzo (Galizia), ove fu tumulato nella chiesa del monastero delle francescane scalze.

Nonostante i gravosi compiti di governo all’interno dell’Ordine e la fervida attività diplomatica esterna, Lorenzo da Brindisi ebbe modo di stendere numerosi scritti, che tra il 1928 e il 1956 sono stati raccolti nell’edizione dell’Opera omnia. Essi possono essere suddivisi in quattro classi:

1. opere finalizzate alla predicazione: sono la maggioranza e comprendono i quaresimali, gli avventuali, i domenicali, il Santorale con una nutrita serie di discorsi per le feste dei santi, il Mariale, vero trattato di mariologia con la presentazione di tutte le prerogative della Vergine Maria e del suo ruolo nella storia della salvezza e una ricca serie di esposizioni sulla Salve Regina, sul Magnificat e sull’Ave Maria;

2. opere esegetiche, tra le quali vanno enumerate la Explanatio in Genesim, ricco commento ai primi undici capitoli del primo libro della Scrittura, e il De numeris amorosis, opuscolo sul significato mistico e cabalistico del nome ebraico di Dio;

3. opere di controversia religiosa: va menzionata soprattutto la Lutheranismi hypotyposis, composta fra il 1607 e il 1609 e indirizzata inizialmente contro il predicante riformato Policarpo Laisero: essa rappresenta una confutazione completa e organica dell’intera dottrina luterana;

4. scritti di carattere personale e autobiografico: si tratta dell’opuscolo De rebus Austriae et Bohemiae, scritto per ordine dei superiori con la narrazione delle vicende occorse nei paesi tedeschi tra il 1599 e il 1612.

A soli quattro anni dalla morte di Lorenzo da Brindisi fu introdotto dal generale dell’Ordine Clemente da Noto il processo di canonizzazione. Lunghe battute di arresto si verificarono per il noto decreto di Urbano VIII e in seguito per critici eventi di natura politico-religiosa. La beatificazione ebbe luogo per opera di Pio VI il 23 maggio 1783, e circa cento anni dopo fu possibile conseguire la sua iscrizione nell’albo dei santi, effettuata da Leone XIII l’8 dicembre 1881. Dopo l’esame delle sue opere, definite “veri tesori di sapienza”, Giovanni XXIII, il 19 marzo 1959, proclamò il santo brindisino Dottore della Chiesa.

Nell’iconografia i motivi più ricorrenti sono quelli che si ispirano alla celebrazione della messa e alla scienza del santo, che viene rappresentato in atto di scrivere le sue opere. Un terzo motivo è quello della battaglia di Albareale contro i turchi.

Fonte: Costanzo Cargnoni (a cura di), Sulle orme dei Santi. Il Santorale cappuccino: santi, beati, venerabili, servi di Dio, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina – Postulazione Generale OFMCap, San Giovanni Rotondo (FG) – Roma 2012, 85-90.

Principi e Caratteristiche

Le principali caratteristiche delle missioni al popolo sono:

– l’annuncio kerigmatico della Persona di Gesù e della sua salvezza offerta a ciascuno, in un contesto di incontro, ascolto, dialogo con le persone;

– l’ itineranza, che porta a incontrare le persone nel loro ambiente di vita quotidiana: casa, lavoro mercato, la strada, scuole, istituzioni pubbliche, ospedale…;

– il carattere popolare: l’incontro e l’annuncio a tutte le categorie di persone e all’intera comunità, coinvolgendo tutto il paese, gli abitanti e l’opinione pubblica, con particolare attenzione alle caratteristiche socio-culturali del territorio.

• E’ un segno importante che l’équipe evangelizzatrice sia aperta, cioè non sia formato solamente di frati e suore ma comprenda anche la presenza e la testimonianza di laici, delle coppie, alcuni giovani.

• La preparazione alla missione è sommamente importante perché costituisce una condizione fondamentale per il buon esito della missione. Richiede una riflessione e cura particolare per impostarla nel modo più appropriato.

• Per ben avviare e condurre la missione sono indispensabili l’adesione sincera e il coinvolgimento effettivo del Consiglio pastorale parrocchiale e di tutti gli altri operatori pastorali, incontrati dal responsabile della missione, come pure le associazioni, i vari gruppi e movimenti presenti nella parrocchia.

È bene tener presente e vigilare perché ci può essere chi, per paure consce o inconsce, per latente sfiducia, scarso fervore o per altri motivi, manifesterà dubbi, critiche, disinteresse, e non sarà ben disposto ad accogliere la missione. Evangelizzare è sempre opera di Dio e due cose possono bloccarla: il peccato e la paura. Il peccato è di dire:

non serve a nulla.

Si entrerà con piena convinzione nello spirito della missione se essa sarà percepita, nella luce della fede, come un appello dello Spirito Santo e un dono da offrire al nostro popolo.

• Meritano d’esser considerate con particolare attenzione:

– la famiglia

– i non praticanti e i giovani, due categorie difficilmente raggiungibili. Per loro vanno studiati modalità specifiche di invito, luoghi di incontro, proposte, contenuti, linguaggi, secondo quando ci suggeriscono i Vescovi: Ci pare opportuno chiedere per gli anni a venire un’attenzione particolare ai giovani e alla famiglia (n. 51.)

La preparazione non deve essere né troppo prolungata (rischia di produrre tedio e di stemperare il senso di novità), né affrettata (rischia l’improvvisazione). In genere, è indicato un periodo di circa due anni, soprattutto allo scopo di ben preparare il parroco e la comunità. A tale scopo è riservata una domenica per l’annuncio della missione, e si invita a pregare in ogni messa della domenica con la preghiera della missione.

• Viene proposto con cura il tema, espresso in una frase biblica o un motto (Zaccheo, i due discepoli di Emmaus, la samaritana). Risulta di grande efficacia far dipingere o scegliere una icona ispiratrice, da esporre in chiesa, nel giorno dell’apertura delle missioni, e riportala nei vari programmi. Essa può diventare il soggetto di “Lectio divina” nei vari incontri, nelle celebrazioni, di composizioni da parte dei ragazzi ecc.

• Viene ben curato l’annuncio della missione, presentandone con intelligenza la forma, la modalità, il contenuto, in modo che sia ben recepita nel suo aspetto positivo e susciti il desiderio di una nuova e forte esperienza di fede. Si deve fare in modo che l’annuncio arrivi a tutti con i mezzi più opportuni, includendo istituzioni pubbliche, luoghi di lavoro, ecc. Si promuove la preparazione spirituale e l’intercessione. A questo scopo è bene comporre una preghiera speciale: proporre l’adorazione eucaristica, la recita del santo Rosario, un pellegrinaggio, coinvolgere un monastero di clausura, ecc. I malati siano opportunamente invitati a pregare e a offrire le loro sofferenze per il buon esito della missione.

• Si esamina l’opportunità di articolare la parrocchia in vari settori, prevedendo per ciascuno l’animazione e la formazione di Centri di ascolto.

La Comunità cristiana deve diventare missionaria

Si invitano i fedeli laici a offrire la loro collaborazione alla missione assumendo il compito di evangelizzatori. Il concilio Vaticano II dichiara: ( «I laici… nutriti dell’attiva partecipazione alla vita liturgica della propria comunità, partecipano con sollecitudine alle opere apostoli che della medesima; conducono alla Chiesa gli uomini che forse ne vivono lontani; cooperano con dedizione generosa nel comunicare la parola di Dio» (Apostolicam actuositatem, n. l0). L’Esortazione apostolica Christifdeles laici dice al riguardo: «I fedeli laici, proprio perché membri della Chiesa, hanno la vocazione, la missione di essere annunciatori del Vangelo» (n. 33). E devono tendere a essere soprattutto dei testimoni, perché l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 41).

[Fonte: Centro di Evangelizzazione Frati Minori Cappuccini di Portogruaro].

Metodo e Stile

Nella missione è di capitale importanza saper ben articolare gli elementi essenziali, che sono:

◊ l’incontro e l’ascolto delle persone

◊ il dialogo

◊ l’annuncio

Nell’itinerario di preparazione alla missione è necessario educare e iniziare a questo metodo.

La predicazione-omelia-catechesi sia secondo lo stile francescano, semplice nel contenuto, vibrante nella comunicazione, non aggressiva, ma propositiva e tocchi il “cuore” delle persone con la carità.

Lo stile relazionale dei missionari deve essere sereno, cordiale, amichevole, ispirante fiducia. Si evangelizza come fraternità e con la vita.

[Fonte: Centro di Evangelizzazione Frati Minori Cappuccini di Portogruaro].

Contenuti della Missione Popolare

L’annuncio missionario propone il cuore del messaggio cristiano in forma narrativa, come racconto di una Persona – Gesù Cristo – e dell’Evento dell’umana salvezza.

Il cuore della rivelazione cristiana ha due parti inscindibili:

  1. Dio è Padre e ci ama; per la nostra salvezza ha donato il suo Figlio Gesù Cristo, che ci salva con la sua Incarnazione, Crocifissione e Risurrezione e ci comunica lo Spirito Santo, Principio di vita nuova ed eterna. Il dono di Dio lo riceviamo attraverso la Chiesa e nella Chiesa;
  2. La seconda parte del messaggio cristiano, complementare della prima, è la dimensione antropologica e morale e concerne la natura e le caratteristiche della “vita nuova secondo lo Spirito”.

Essa è essenzialmente sequela di Cristo, vita filiale e fraterna, ispirata dalla carità verso Dio e il prossimo. La vita nuova ha una essenziale dimensione ecclesiale. Per questo è necessaria la partecipazione attiva alla comunità ecclesiale rinnovata nel suo volto.

[Fonte: Centro di Evangelizzazione Frati Minori Cappuccini di Portogruaro].